In breve, molto in breve.

Abbiamo iniziato digitalizzando centinaia di ore rilevando un’enormità di immagini, parole, situazioni, persone, luoghi. L’archivio di egh è una cosa rara, dispersa e dispersiva, lo raccontiamo in un testo, il TrattamentoTractatus.

Bastava giusto mettersi in ascolto. Ironia, sarcasmo, maestria del ribaltamento, silenzi, risate. I pomeriggi nel soggiorno di casa Ghezzi si sono disposti a ventaglio. Parole brevi, capriole, scherzo, aperture sconfinate. Facciamo.

Leggeri.

Così la seconda mossa è stata quella di inventarsi una macchina. Una specie di impastatrice per archivi. Si chiama La Macchina che cattura l’eccedenza.

– Enrico, che ne pensi?
– È quello che ho sempre voluto fare.
– Ah! Vieni qualche giorno anche tu?
– Verrei tutti i giorni.

E così è stato.

Era giugno e ci siamo ben divertiti, scoperti, stretti. Analogie, balzi nel tempo.

L’archivio è cresciuto di circa 200 ore (assemblando una macchina con pezzi fermi in magazzini da 20 anni): abbiamo prodotto eccedenza!

Siamo bravi a eccedere, chiosa Enrico.

Quel dispositivo orchestrale e corale e simultaneo che è la Macchina ci ha dato un’indicazione precisa che ha preso a germinare. Da quella bellezza dell’ensemble, da quel tutto e nulla insieme, dal quel «Si può fare, ma si può anche non fare» non si può tornare indietro, non si può più prescindere. Si palesa così l’eccedance, l’idea di mettere in ballo una redazione. La pratica dell’eccedere, nell’ambivalente generare esubero e scarto, ha trovato occasione di suggerire una danza, una nuova urgenza di immediato e di rischio, di errore e tenuta, di abilità e coraggio, di fuori e intimità.

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